Missione Interplast Italy 2004 (Shigatse-Tibet)

Nell' aprile del 2004 si è recata a Shigatse (Tibet) un’equipe di medici ed infermieri dell’Associazione Interplast Italy.

L’equipe era costituita da due Chirurghi Plastici:
- Giancarlo Liguori, specialista in chirurgia plastica e ricostruttiva, di Torino, organizzatore, capo della missione e vicepresidente di Interplast Italy.

Daniele Gandini, specialista in chirurgia plastica e ricostruttiva a Pisa, del comitato medico di Interplast

due anestesisti:  

-  Maurizio Turello  (Torino)

- Annamaria Ghirardini (Modena)

un pediatra: 

- Franco Garofalo (Torino)

due infermiere professionali strumentiste: 

- Miriam Bonardo dell’ ospedale CTO di Torino

- Nicoletta Silvestrini dell'Ospedale Maria Vittoria, (Torino) 

un infermiere caposala: 

- Massimiliano Canta (Torino) (Dal 2014 Don Massimiliano Canta, Sacerdote)

ed un fotografo professionista, Carlo Orsi di Milano, che a seguito di questa missione ha pubblicato un bellissimo libro fotografico ("io sorrido tu sorridi", ediz. Valentina, Milano) i cui proventi sono andati tutti a favore di Interplast Italy. 

Questa missione si è svolta a Shigatse, che è la seconda città del Tibet, per dimensioni, dopo Lhasa; Shigatse si trova a quasi 4000 metri di altitudine, nella regione meridionale occidentale del Tibet; nel 2004 la città era raggiungibile ancora solo via terra o da Kathmandu con 800 km di strada spesso ai limiti della praticabilità per le frane o la neve (tempo di percorrenza: 2 giorni di fuoristrada) o da Lhasa. Shigatse è sede del grandioso e bellissimo monastero di Tashilhunpo, fondato nel 1447, ex sede del Panchen Lama, seconda autorità in Tibet dopo il Dalai. Nei secoli il monastero fu saccheggiato e danneggiato; fu bombardato dai cinesi nel 1959. Fortunatamente venne risparmato durante la "rivoluzione culturale" dove migliaia di monasteri furono rasi al suolo con i loro preziosissimi manoscritti e  moltisimi monaci imprigionati od uccisi.

Il video della missione Shigatse 2004

 

Il nostro team ha raggiunto il Tibet da Roma, via Bangkok (Thailandia), da dove ci siamo poi trasferiti a Kathmandu in Nepal, dove  siamo dovuti restare due giorni in attesa del visto per entrare in Tibet, e quindi, causa il blocco dell'unica strada nella zona, per il Tibet, da parte di un'insurrezione maoista, abbiamo dovuto raggiungere il confine con un vecchio elicottero sikorski da carico, proseguendo poi in fuoristrada per 500 km, con tutto il materiale al seguito, fino a Shigatse, valicando la catena dell’Himalaya lungo la Friendship Highway (strada dell'amicizia), costruita nel 1959. Questa è una delle poche strade che collegano il Tibet con gli altri paesi, via terra. Questa strada, ormai purtroppo trafficata da centinaia di camion, era in passato percorsa a piedi solo da carovane di mercanti indiani e nepalesi che si recavano in Tibet per vendere le loro mercanzie e dai tibetani che vendevano le loro, tra le quali il sale. 

La strada inizia dal confine nepalese costituito da un ponte, il "ponte dell'amicizia" circondata da un poverissimo agglomerato di case di frontiera.  Lì i militari cinesi facevano rigorosissimi controlli doganali tra i quali (essendo in Asia il periodo dell'epidemia della pericolosa influenza aviaria) la misurazione della temperatura corporea con un termometro a forma di..pistola puntata sulla fronte...  

Dal confine Nepalese la strada inizia poi ad inerpicarsi con mille tornanti sulle montagne, raggiunge prima Dram, primo agglomerato di case in Tibet dove ci fermammo a dormire in un microscopico alberghetto senza lenzuola e con bagno "esterno". La mattina ancora a buio ci portarono un thermos di acqua e una bacinella per lavarsi e uno di tè tibetano. Da lì proseguimmo per Nyalam, la prima cittadina tibetana, a 3700 metri di altezza, dove per un guasto ad uno dei fuoristrada, restammo per 4 ore, quindi proseguimmo fino al piccolo paese di Tingri e da qui al passo di Gyatsola (5220 metri di altitudine) dove il transito senza un adeguato adattamento di qualche giorno a quote intermedie, può già provocare rapidamente il temibile mal di montagna che può arrivare fino all'ipossia e all'edema cerebrale e polmonare). Ricordo che due o tre componenti del team, me compreso, iniziammo ad avere i primi sintomi, con forte cefalea, nausea e spossatezza estrema, con difficoltà anche a fare due passi fuori dalla jeep; ricordo bene che mi feci provare da un anestesista la saturazione di ossigeno del sangue con un pulsiossimetro portatile che aveva, e risultò....60% su un valore normale di quasi 100! (con 60 di saturazione in Italia un paziente viene immediatamente ventilato con un respiratore...

Bastò poi "scendere" (si fa per dire..) ai quasi quattromila metri di Shigatse per stare subito un po meglio, anche se durante tutta la missione fu necessario assumere diuretici ed altri farmaci per attenuare i sintomi del male da altitudine e poter lavorare ai ritmi serratissimi della missione.

Da questa zona parte la strada che porta al campo base della montagna piu alta del mondo, l'Everest (8844 metri), così "chiamato" dagli inglesi utilizzando il nome di George Everest, un membro della loro commissione geografica in India.  Il vero nome della montagna, come lo chiamavano invece da sempre i tibetani è "Chomolangma" che in tibetano significa "Dea Madre del Mondo". Dal passo dove transitammo, quando non è avvolto dalle nubi, l'everest è ben visibile nella sua impressionante grandiosità che incute a chiunque timore e rispetto.

L'attraversamento di queste montagne (circa cinquecento chilometri)  fu  abbastanza difficoltoso a causa delle abbondanti nevicate, possibili in quel periodo. Nonostante i fuoristrada, percorrere queste strade è stato molto pericoloso; durante quasi tutto il percorso c'erano infatti a lato della strada strapiombi di migliaia di metri senza nessuna protezione, e le auto slittavano spesso sulla neve. Ricordo che a causa di questo enorme rischio di finire in un burrone di 2000 metri, alcuni tratti li percorremmo addirittura a piedi camminando dietro alla macchina.

Nel 2004 Shigatse era ancora abbastanza isolata dal resto del mondo, essendo priva di aereoporto e di ferrovia. era infatti collegata a Lhasa solo da una impervia strada di 350 km, attraverso le montagne, quasi tutta sterrata eccetto gli ultimi 50 chilometri che erano asfaltati. Prima della costruzione di questa strada nel 1959 da parte dei cinesi, per raggiungere Lhasa da Shigatse ci volevano 14 giorni con gli yak, nel 1960 ce ne volevano due, noi a causa della neve ci abbiamo messo, al ritorno, 10 ore con i fuoristrada e tutte  le attrezzature mediche su un camion che ci seguiva.

Una volta raggiunta la lontana ed isolata città di Shigatse, trovammo ad aspettarci un grande numero di pazienti bisognosi di interventi ricostruttivi, che sono stati tutti, nessuno escluso, da noi operati con successo.

Lo "yak boy"

Una sera, usciti dall'ospedale che era quasi buio, mentre rientravamo in albergo cercando un posto dove mangiare, in una strada periferica e semideserta della città, accostò al marciapiede uno sgangherato veicolo a motore con un pianale dietro dove avevano sopra un bambino piccolo sanguinante, con una grossa ferita in faccia. Avevano fatto moltissima strada (80 km), dal loro villaggio e non sapevano dove andare nè cosa fare, e casualmente.. si imbatterono in un gruppo di chirurghi plastici e anestesisti! prendemmo con noi il bambino e rientrammo subito in ospedale. Era stato incornato da uno yak del proprio villaggio, al quale si era incautamente avvicinato, ed aveva una bruttissima ferita in faccia, con la guancia completamente aperta. Come tutti i bambini tibetani non piangeva nè si disperava, era tranquillo e calmo.  Operai subito questo bambino, che per puro miracolo non aveva gravi lesioni nervose al nervo facciale, nè alla parotide, nè ossee. Aveva perso abbastanza sangue, ma si ristabilì in brevissimo tempo. La mattina dopo, quando andammo a trovarlo in corsia, era lì buono, con un monaco tibetano che gli leggeva un mantra buddista a mò di fiaba per tenerlo sveglio. Una millenaria regola tibetana impone infatti che con la luce del giorno bambini e malati non debbano addormentarsi affichè i dèmoni non entrino in loro, infestandoli. Questa incredibile storia ha del miracoloso, trovare infatti per caso dei chirurghi plastici e anestesisti di notte, nella periferia di Shigatse, a quei tempi completamente isolata dal resto del mondo, è cosa quasi soprannaturale.. Questo episodio è raccontato con delle bellissime foto in bianco e nero dal fotografo Carlo Orsi, con noi in missione in Tibet, nel suo libro "Il singolo Dettaglio" (ed. Skira)

 

 

 

La storia dello "yak boy", un bambino tibetano incornato da uno yak

 

In questa missione sono stati da noi eseguiti 142 interventi chirurgici, generalmente su bambini portatori di malformazioni del viso (labiopalatoschisi), delle mani ed esiti di gravi ustioni, tutte patologie molto frequenti in Tibet.

Il nostro team ha operato presso lo “Shigatse Hospital”, struttura dotata del minimo indispensabile per poter operare. Il lavoro è stato perciò reso possibile grazie ad una ingente quantità di materiale da noi portato dall’Italia. L’equipe di interplast infatti, quando si reca in missione si porta tutto il necessario all’attività chirurgica (farmaci, kit sterili da sala operatoria, ferri chirurgici, apparecchiature per l’anestesia ed il monitoraggio dei pazienti, fili da sutura, materiale di consumo, ecc..).

Tibet

In sala allo Shigatse Hospital: Daniele Gandini, Laura Ceretto, Nicoletta Silvestrini e

(dietro) Giancarlo Liguori e Miriam Bonardo

Questa nostra missione umanitaria è stata resa possibile grazie al grande lavoro, sul posto, della Croce Rossa Svizzera  e del suo responsabile a Shigatse, il francese Philippe Dufourg, che, con il prezioso aiuto dell'infermiere-interprete tibetano Kalsang Dhondrup e di altri collaboratori, hanno provveduto alla raccolta dei pazienti, alla loro gestione durante il ricovero (in tende montate nel giardino dell’ospedale, sulle quali più di una volta ha nevicato..) ed alle medicazioni dopo la partenza del team di Interplast. Con queste persone, perlopiù tibetane, abbiamo avuto, nei pochi momenti di riposo, alla sera, la fortuna di poter condividere un po dei loro usi e costumi, e di poter assaggiare la loro strana e millenaria cucina: provare il mitico tè tibetano (il "po cha") con sale e burro rancido di yak, lo tsampa (farina d'orzo tostata impastata), carne e stomaco di yak, zuppe di  verdure e altri buonissimi e antichissimi cibi locali, ovviamente tutti da buona parte di noi, assaggiati.

Il nostro team interplast (per la prima volta in quella zona) ha purtroppo constatato una situazione sanitaria paragonabile a quella dei paesi africani più poveri. non certo per mancanza di capacità dei medici e paramedici locali, che sono molto preparati, ma per una assoluta carenza ed insufficienza di strutture e mezzi.

Da Shigatse, dopo la missione ci recammo a Lhasa, per riprendere l'aereo; anche in quell'occasione, a metà strada, a quei tempi perlopiù sterrata, ci prese una forte nevicata che ci rallentò moltissimo il trasferimento; da Lhasa riprendemmo quindi l'aereo per tornare a Kathmandu in Nepal e li ci fu l'ultima incredibile emozione.. ad un certo punto il pilota disse di guardare fuori dai finestrini, raccomandandosi di.. non precipitarsi tutti insieme da un lato...! alla nostra altezza (più di 8000 metri) c'era....poco più in là, la vetta dell'Everest che sbucava dalle nubi spazzata dalle correnti a getto della sua piramide sommitale...!! scene che a distanza di anni ritornano spesso in mente, insieme a tutte le altre incredibili esperienze fatte nel meraviglioso e.. "segreto"....Tibet, un paese misterioso, con un popolo gentile e allegro, che tutt'ora chiede solo di essere lasciato in pace, e per questo da 200 anni sofferente a causa delle invasioni degli inglesi prima e dei cinesi dopo, che lo hanno ritenuto cosa loro e praticamente distrutto.

Tibet