Missione Interplast Italy 2005 (Lhasa-Tibet)

Lhasa 2005 - felicit� dopo l'intervento
Lhasa 2005 - felicità dopo l'intervento

La missione di Daniele Gandini di quest’anno, il cui team leader ed organizzatore era Giancarlo Liguori, di Torino, Vicepresidente di Interplast Italy, si è  svolta a Lhasa, la capitale del Tibet.

Lhasa, la città santa, anima del Tibet, a quasi 4000 metri di altitudine, proibita agli stranieri fino agli anni 50, è tuttora sede di pellegrinaggi da tutto il paese. Un tempo era la residenza del Dalai Lama, prima che fosse esiliato a Dharamsala, cittadina ai piedi dell'Himalaya ma fuori dei confini tibetani, in India. 

Raggiungere il Tibet dall’Italia ha richiesto al team di Interplast 2 giorni e mezzo di viaggio con scalo a Shanghai in Cina e successivamente a Chengdu (poco conosciuta città cinese di...12 miloni di abitanti!), per poi arrivare a Lhasa in aereo.

L'atterraggio all'aereoporto di Lhasa è emozionante, l'aereo si butta giu a capofitto nelle nuvole in mezzo a montagne di 6-7000 metri dove sembra che non ci sia nulla...poi all'improvviso appare la pista di atterraggio.

L'arrivo alla città di Lhasa, è annunciato, provenendo dal nuovo aereoporto di Gongkar, dalla vista, in lontananza del maestoso palazzo del Potala, bianco e ocra, che domina dall'alto la città e la valle del fiume Kyi-chu, un tempo in mezzo alle case tibetane, ora in mezzo a un mostruoso.. quartiere cinese.

Purtroppo a Lhasa, come del resto in tutto il Tibet, ben poco è rimasto di ciò che c'era prima dell'invasione maoista cinese del 1951, quando il 95% dei monasteri, con le loro ricchezze e tradizioni millenarie furono rasi al suolo e tantissimi monaci imprigionati o uccisi. Lhasa stessa è ormai oggi quasi del tutto trasformata dall'influenza cinese, ed invasa, come gran parte del paese, a parte da un po di "benessere" e tecnologia, anche da supermercati, prostituzione, sale gioco, biliardi e telefoni cellulari, e da ultimo, come se non bastasse.. anche dalla ferrovia Pechino -Lhasa, dotata di maschere ad ossigeno nei vagoni, per sopportare l'altidutine del Tibet.  Le vecchie case tibetane di fango sono ormai quasi tutte sparite a scapito di orrende e inguardabili costruzioni in cemento e grandi negozi di chincaglierie cinesi con luci colorate al neon. Davanti al Potala stavano addirittura costruendo un orribile monumento in ferro e cemento tipo missile militare.....

Per ora (2005) da tutto questo si salva ancora il vecchio quartiere tibetano intorno al Barkhor, il suggestivo circuito medioevale di pellegrinaggio intorno al bellissimo tempio del Jokhang, il tempio più sacro e venerato del Tibet, quartiere che tutte le mattine attraversavamo a piedi, per andare a lavorare in ospedale, passando in mezzo ai pellegrini che facevano il giro mattutino di preghiera ed a meravigliose bancarelle che vendevano stoffe, spezie, verdura, carne e grossi tocchi di burro di yak, tutto tenuto fuori, all'aria, senza frigoriferi, tanto in Tibet, sia per la bassa temperatura che per la mancanza di ossigeno, gli alimenti non si deteriorano.  Una ininterrotta fiumana di pellegrini arriva infatti tutt'ora qui da tutto il Tibet e dai paesi buddisti limitrofi, per pregare e prostrarsi ripetendo all'infinito il mantra "Om Mani Padme Hum", che significa "Om, gioiello del loto", dove il gioiello del loto è Chenresig (reincarnato nel Dalai Lama) mentre l'Om e Hum rappresentano l'altezza e la profondità dell'universo (Flaviano Bianchini "In Tibet", ed. BSF Pisa, 2009). Intorno a tutti i luoghi sacri in Tibet ci sono ammucchiate migliaia di pietre (pietre mani) con su scritto questo mantra.

La nostra spedizione era composta da 10 persone: i 2 chirurghi plastici, Giancarlo Liguori e Daniele Gandini, due anestesisti rianimatori (Laura Ceretto e Maurizio Turello), un pediatra (Franco Garofalo),  un medico radiologo e internista (Adolfo Scala), tre infermiere strumentiste (Nicoletta Silvestrini, Miriam Bonardo e Maria Convertini), ed una collaboratrice, la giornalista milanese Renata Prevost che insieme al fotografo milanese Carlo Orsi ha dedicato a questa missione ed a quella di Shigatze del 2004, un libro intitolato "io sorrido tu sorridi", ed. Valentina (Milano)

Da leggere:

-"Segreto Tibet" di Fosco Maraini, Corbaccio ed

-"Sette anni nel Tibet" di Heinrich Harrer, ed. Mondadori

-"Tibet, Il fuoco sotto la neve" di Palden Gyatso, Sperling ed, 1997

Video Lhasa-Tibet missione Interplast. Part 1

A Lhasa il nostro team Interplast ha lavorato presso il Municipal Peoples Hospital, un vecchio Ospedale statale a direzione Cinese, che a seguito di non semplici trattative e con il determinante appoggio ed aiuto della Croce Rossa Svizzera e della Croce Rossa Tibetana, ha concesso all’equipe italiana l’uso di una piccola sala operatoria dotata di 2 letti operatori e di 2 lampade chirurgiche; tutto il resto delle attrezzature, strumenti chirurgici, farmaci, materiali di consumo, elettrobisturi, monitor ed apparecchi per anestesia è stato portato dall’Italia. La spedizione aveva infatti con sé circa 700 kg di materiali, suddivisi in 40 contenitori.

L’ingente quantitativo di materiale che queste missioni richiedono viene di volta in volta acquistato grazie a donazioni che giungono ad interplast italy da privati cittadini, enti, e clubs di servizi italiani.
Potendo operare in contemporanea su due letti operatori distinti Giancarlo Liguori  ed io siamo riusciti ad operare, in 12 giorni di sala operatoria, 75 pazienti ciascuno, per un totale di 151 pazienti, portatori di gravi esiti di ustioni, malformazioni delle mani e labiopalatoschisi (il cosiddetto labbro leporino) grave malformazione congenita della faccia, con presenza di una fessura che interessa a tutto spessore il labbro, l’osso mascellare ed il palato dei piccoli pazienti, impedendogli di alimentarsi e parlare correttamente, nonché, dato il grave handicap estetico, di avere una normale vita di relazione con gli altri.

Video Lhasa-Tibet missione Interplast. Part 2

In Tibet i pazienti bisognosi di intervento e cure sono stati reclutati con l’aiuto della Croce Rossa locale, non solo in città, ma prevalentemente in zone rurali, in piccole comunità isolate di pastori seminomadi di yak, spesso molto distanti da Lhasa;

Si trattava di persone generalmente molto povere, che non avrebbero avuto nessuna altra possibilità di farsi operare.

Gli interventi eseguiti sono andati tutti a buon fine e negli ultimi giorni a Lhasa l’equipe è stata tempestata da atti di riconoscenza e commoventi ringraziamenti da parte dei pazienti e dei loro familiari che ci portavano in dono le "khata", delle lunghe sciarpe cerimoniali bianche che in Tibet vengono donate in segno di ospitalità, rispetto e ringraziamento. Un sentito ringraziamento c’è poi stato sia dai rappresentanti Tibetani della sanità locale che dalle autorità Cinesi, con l’auspicio che queste importanti collaborazioni possano in futuro continuare ancora.